Speranza nel deserto: fede e resilienza tra le comunità beduine
Aprile 2025
Adesso o mai più: seminare speranza in tempi di incertezza Speranza nel deserto: fede e resilienza tra le comunità beduine
Ogni visita alle comunità beduine nel deserto della Giudea rischia di contagiarci con un profondo, quasi inevitabile senso di perdita e incertezza. Da quando il conflitto a Gaza si è intensificato, questo sentimento è diventato più persistente. Lo stato d’animo collettivo si esprime attraverso parole come disincanto, disperazione e delusione. La sensazione che la storia sia andata in frantumi e che non ci si possa aspettare nulla di nuovo. Viviamo in una realtà fragile, dove tutto sembra instabile e qualsiasi scossa può far crollare quel poco che resta in piedi. Viviamo nell’ansia di non poter prevedere il futuro e l’unica certezza sembra essere l’incertezza.
Eppure esiste una forza più forte di tutto ciò. La nostra fede in Gesù di Nazareth, il Crocifisso, è la radice di una speranza che non sarà mai delusa. È la risurrezione di chi è stato ingiustamente assassinato per aver annunciato, in nome di Dio, un Regno diverso: di giustizia, di vita, di amore e di pace. Gesù non morì di morte naturale; fu impiccato al legno, come tanti innocenti, come tante vittime oggi. Qui, in queste terre, ha portato il peso dell’ingiustizia, della morte prematura e della violenza strutturale che continua a colpire i più vulnerabili. La sua risurrezione è la risposta di Dio a quell’ingiustizia. Non è solo una promessa di vita eterna, ma la conferma che Dio non abbandona chi grida. Che la storia può essere trasformata a partire dalle sue ferite.
In questo contesto la speranza diventa un atto di resistenza. Né evasione né miraggio. Essa giunge gravida dei segni del Risorto, interrompendo e sospingendo frammenti del Regno in mezzo al dolore.
Una speranza che non si rassegna all’indifferenza e che si concretizza in ogni gesto di solidarietà: nei bambini che imparano, negli insegnanti che studiano, nelle mamme che ridono, negli incontri, in ogni ricamo che recupera il patrimonio e sostiene l’economia familiare. Per molte comunità beduine musulmane, siamo l’unico volto del cristianesimo che conoscono. Noi, donne seguaci di Gesù, siamo la sua presenza viva. Un grande impegno. Per questo torniamo alla fonte: preghiamo nei luoghi sacri affinché la nostra presenza non sia solo compagna del dolore, ma annuncio di vita nuova.
Sappiamo che Gesù, figlio di questa terra, è qui, in mezzo all’aridità, all’incertezza e alla sofferenza. Egli dà un senso a ciò che sembra perduto e ci chiama a vivere, anche adesso, con intensità di fede.
La domanda “fino a quando?” risuona fortemente. Ci sfida profondamente e ci chiama ad agire. Questo è il momento della speranza. Dio continua a venire nei campi di dolore del mondo, attraverso coloro che curano le ferite e si rifiutano di dimenticare la sofferenza.
Questo è ciò che fanno i nostri visitatori. Questo è ciò che fa il gruppo Fili di Pace. Molti membri hanno visitato villaggi beduini e si sono lasciati visitare. La sua presenza nel deserto è una testimonianza viva: «Ti riconosco. Tu sei mia sorella. Io sono con te». La tua preghiera diventa impegno. Seminano solidarietà nelle parrocchie, nelle famiglie e nelle amicizie. Non aspettano tempi migliori: li costruiscono.
Come Chiesa, siamo chiamati ad abbracciare la nostra vocazione di portatori di speranza. Non c’è una crisi della promessa o di Dio, ma piuttosto una crisi di coloro che sono stati chiamati a incarnarla.
Quindi continuiamo. Noi restiamo. Vegliamo e preghiamo. Perché è adesso o mai più.
La speranza non è un’illusione: è un’urgenza. E il suo momento è oggi.
[Testo tratto dalla Newsletter delle suore comboniane. “La porterò al deserto e parlerò al cuore” – Azareya / Estensione della Comunità di Betania, TERRA SANTA]